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La fine dell’accademia, come quella di ogni percorso formativo, rappresenta il termine di un ciclo e l’entrata in un mondo che spesso richiede grande determinazione in cambio di nessun tipo di assicurazione. Non c’è alcun segnale che suggerisca la direzione migliore per arrivare alla strada della propria realizzazione. Bisogna rischiare. Anche di sbagliare. Ciò che importa è avanzare, passo dopo passo, verso quel mondo che si vorrebbe desiderare reale.

Tracce di un viaggio alla ricerca di questo percorso sono le opere di Gabriele Casale e Luca Ferullo, giovani artisti che raccontano orizzonti possibili e dimensioni mutevoli di mondi immaginati e vissuti. Testimonianze di chi, oltre a voler scoprire ciò che c’è e ricordarne il perché, cerca di costruire ogni giorno, con passione, quel sogno di libertà senza fine.

LUCA FERULLO: STORIES FROM OVERGROUND

“Sognai un mondo di cristallo, a quei tempi: non lo sognai,

lo vidi, un’indistruttibile gelida primavera di quarzo.

Crescevano poliedri alti come montagne, diafani: per  

raggiungerli mi avventavo su pareti lisce come specchi;

scivolavo indietro; m’afferravo agli spigoli, ferendomi;     

correvo lungo perimetri ingannevoli, e ad ogni svolta era   

una diversa luce, irradiante, che la montagna conteneva.”

Italo Calvino, La memoria del mondo

Si narra che un tempo l’aspetto della terra fosse molto diverso da quello che noi vediamo oggi. Essa era un agglomerato grezzo di roccia e metalli, condensati dal raffreddamento dell’antico magma incandescente. Un composto denso di prismi e solidi di vetro, formati da una pasta di molecole varie che ha invaso e cementato la struttura del mondo.

L’uomo iniziò così a chiamare ‘terra’ quello strato su cui camminava alla conquista della vita, sul quale vi costruiva la sua casa e nel quale coltivava il suo terreno; si rese presto conto che il suolo su cui era ospite non era altro che il sottile involucro esterno di un pianeta immenso, del quale era difficile indovinarne la stessa forma. Percorrendolo ci s’imbatteva infatti in colline ed avvallamenti, gole ed altipiani, promontori, baie ed insenature. E poi terra e ancora terra.

Le immagini che Luca Ferullo ci presenta sono cartoline da un viaggio alla scoperta della forma originale del mondo. Una terra che non si riduce ad essere sferica secondo l’ottica scientifica o piatta secondo l’umana vista, ma emerge con una propria forma vitale e metamorfica. Tra le sue fessure prolificano e crescono case di coralli e cristalli, arroccamenti di pietre dure colorate, incastonate tra le fenditure della crosta terrestre. In questi angoli di cosmo, lo spazio si presenta interno ed autocostruito, governato da un presente assoluto che sospende il paesaggio in una pausa tra cielo e terra. Forme biomorfiche simili a lune nuotano nell’atmosfera celeste come isole sperdute in un oceano d’aria.

Il disordine geometrico con il quale Luca reinventa il mondo, presenta il profilo urbano di una metropoli fantastica che vive e respira, in bilico tra volo spericolato e crollo rovinoso.

Nessun essere vivente sembra abitarla eppure le finestrelle luminose degli edifici colorati sembrano osservarci tanto quanto noi scrutiamo al loro interno. “Tutto ciò che brilla vede”[1], afferma Bachelard ed infatti le minuscole luci che illuminano le finestre divengono gli occhi della casa, primo mondo che protegge l’essere umano da tutto ciò che esiste come sconosciuto al di fuori. La forma diviene così, attraverso il segno di Luca, il simbolo stesso in cui si materializza la vita. Essa è animata in sé stessa, vigile su tutto ciò che la circonda.

Ferullo attraverso le sue opere sembra raccontarci che una semplice immagine, se inventata, può aprire un mondo completamente nuovo. Al medesimo tempo il mondo può rivelarsi infinitamente vario se osservato dalle finestre del nostro immaginario.

(Michela Di Stefano)



[1] G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari, 1957, p. 61

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